CICCONE
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L'Asfodelo
Borgo San Lorenzo, FI
Anno II n. 2
Febbraio 2007

di Stefano De Rosa

AnAntAntonio Ciccone e il Mugello

Paesaggio e spazio pittorico nell'opera di un Maestro contemporaneo.

Antonio Ciccone era appena un ragazzo quando, nel 1954, si trasferì a Firenze

A San Giovanni Rotondo, dov'era nato nel 1939, la sua formazione aveva seguito un corso irregolare, con accenti ai quali, da Giorgio Vasari in poi, la cultura di quanti si avvicinano all'arte e ai suoi misteri, è diventata sensibile.

Ciccone è stato un pastore-pittore; lavorava in un ambiente scavato in profondità dalla tradizione: come se uno scudo arcaico si fosse frapposto alle trasformazioni che la Storia esigeva.

Ma qualcosa di nuovo e di tellurico aveva già avuto inizio.

Si tratava di Padre Pio, della sua opera che rilanciava con forza le ragioni del misticismo, della preghiera come premessa ad un'azione a volte aspra, ma sempre condotta per il bene del prossimo.

Padre Pio fu il primo critico dei disegni di Ciccone. Li guradò con interesse, sentendo in essi la sincerità di un giovane desideroso di esprimersi e il fuoco di un talento che chiedeva di essere messo al servizio dell'arte.

Padre Pio scrisse una lettera (1) che consentì a Ciccone di venire a Firenze carico di speranze e percorso dal sottile panico di sbagliare che accompagna coloro i quali lasciano le sicurezze, pur amare che siano, per tentare strade nuove.

Ciccone poté conoscere Pietro Annigoni, divenendone allievo.

Si stabilì, fra loro, quel rapporto paterno che nel Rinascimento legava il Maestro ai ragazzi di bottega: c'era il rispetto per le regole, severe, che scandivano le ore di lavoro; c'era il ripetto assoluto per il pittore che non usurpava la propria celebrità; c'era, soprattutto, l'assorbimento di una grammatica pittorica che la tradizione aveva consegnato ai moderni.

In questo, oltre ad Annigoni, Ciccone poté trarre grande giovamento da Nerina Simi, infaticabile educatrice, depositaria di una sapienza dolce e terribile, di quella miscela di pensiero e manualità che aveva reso Firenze modello di gusto e di stile.

Con Annigoni, Ciccone conobbe il Mugello, in estati lontane nel tempo eppure vive nel ricordo e forse nella nostalgia.

Con Annigoni, Ciccone conosceva il Mugello in lunghe passeggiate e a piedi e in serali scorribande in bicicletta.

Era il Mugello sacro e profano: la terra delle chiese e dei capolavori d'arte che vi sono conservati, ma era anche la terra nella quale la natura si mostrava bella, amica dell'uomo e riconoscente quando gli occhi si fermavano a contemplarla.

Ciccone ha dipinto e disegnato, soprattutto, diversi paesaggi mugellani. A Borgo San Lorenzo ha dedicato dei disegni che hanno la medesima forza imperiosa dei ritratti: la città è scrutata con attenzione, indagata senza astio, ma con quella molle volontà di comprensione che guida gli animi più disposti all'ascolto e più inclini a lasciarsi portare dalla poesia.

I lavori mugellani di Antonio Ciccone hanno già il timbro sicuro di chi sa vedere e restituire fedelmente ciò che lo sguardo cattura.

Castagno d'Andrea, con il crinale che la rende unica e con il nome del pittore che, come uno scorbutico nume tutelare la protegge nel tempo, è uno dei luoghi cari alla memoria vigile dell'artista.

I disegni mugellani non erano eseguiti per uno scopo di lucro.

Ciccone sapeva che Annigoni avrebbe censurato il pensiero stesso di farne oggetto di scambio contro denaro: l'artista giovane che stava forgiandosi sotto la sua ala, non doveva avere fretta di vendere e ogni suo atto era solo finalizzato al completamento di una formazione lenta ma alla fine premiante.

Come in un romanzo, le conversazioni e le memorie si versano nel crogiuolo della pagina, così, nell'opera di questo maestro tenero, gentile e raffinato nei modi, ma di dura scorza morale, le ore e i disegni diventano colore.

Sarebbe interessante mettere a confronto i paesaggi mugellani con quelli dell'amato Gargano: accostare le terre dell'inesorabile lavorìo delle forze esogene, quella roccia che pare offendersi e sbriciolarsi sotto l'azione del vento e l'implacabile forza del sole, ai colli toscani visti con occhi vergini in anni nei quali tutto diventa stimolo e invito alla riflessione, o alla fuga nella fantasticheria.

I disegni che vengono riprodotti in questa occasione sono solo un'anteprima: presto, la Casa editrice Castelvecchio dedicherà a Ciccone una mostra che coprirà una lacuna nella letteratura critica che la sua opera ha saputo suscitare.

Sarà anche, per i mugellani, un viaggio nel tempo e una preziosa opportunità per capire come lo spazio pittorico trasformi, in un percorso di metamorfosi possibile solo all'arte, ciò che amiamo e crediamo di conoscere, in qualcosa di diverso, di più vero.

 

(1) Per una perfetta ricostruzione della storia personale e artistica del pittore, si rinvia, per completezza biografica e precisione critica, alla fondamentale monografia curata da Alberto Maria Fortuna, Firenze, MCMXCI

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