CICCONE
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Catalogo mostra
Galleria d'arte Arno
Firenze
1985

di Alberto Maria Fortuna

 

 

Il greco Ulisse approdò su queste spiagge. Da lontananze remotissime la sua piccola nave compave sul mare: le bianche vele vibranti di vento, gonfie come frutti d'estate, caddero qui inetti, ammainate dall'eroe stanco.

Le epiche memorie mi vennero naturali, davanti alla classicità dei paesaggi di Antonio Ciccone: vicende evocate, come simboli, dai colori immutabili ed arcaici della particolare Magna Grecia pugliese. E così mi avvidi con meraviglia che questo pittore - tanto prepotentemente legato al suo tempo di giganti alla scalata dei cieli - dipingeva, senza saperlo, nel clima di Omero e che, pur vicino alle ultime peripezie astronautiche ed ai richiamo delgi spazi stellari, con inaudita facilità riusciva ad esprimersi usando toni e segni antichi come il mondo.

Antonio Ciccone è, indubbiamente, un pittore non comune: ha il gusto del profondo, del sottinteso, della confessione inaspettata, della verità assoluta. Si guardino, per esempio, certi reiterati e sempre diversi studi di roccia e subito ci si avvedrà come l'autore si identifichi e si faccia quasi persona in quelle montagne, pochissimo conosciute, del Gargano che, nel suo linguaggio, diventano la spiegazione e l'immagine visibile di un sentire profondo e concreto: di un mondo tormentato e assetato di vita. Sono, queste rocce convulse, un aspetto della sua verità, confessata ancora una volta in colori e disegno. E che razza di racconti sono quelli dell'ultimo Ciccone. Descrive, infatti, le sue personali e misteriose valli interne ed i suoi golfi segreti dove le onde non sono masse di spume e di fragore, ma di pietra e di vento e dove la fantasia si perde in prospettive di orridi precipizi, agitate da forme appuntite di macigni e sconvolte da forze primordiali. Racconti, i suoi, di paesaggi che sono foreste pietrificate, esaltate da una miriade di toni rossi che si armonizzano con i gialli e con i grigi per poi riassumersi, perdersi, fare tutt'uno col cielo ora di cobalto, ora perso in toni azzurrini solcati da lievi vapori, ora finalmente agitato da focose tempeste. Ed è tanta la suggestione di siffatta pittura che, a guardarle un po', quelle pietre taglienti e rossastre che ribollono al sole, sembra veder giungere, fra le grida laceranti, il bestiale Ciclope Polifemo, accecato, e, brancolando, afferrarle e scagliarle nell'aria limpida per fracassare così la nave dell'avventurato Ulisse: E difatti da queste figurazioni, che sono una folla di simboli, si sprigiona un movimento dapprima inavvertibile poi sempre più manifesto; e tanto che il quadro vive nell'ora omerica delle storie eterne dell'uomo, col vento, la brezza marina e il riverbero della luce; e tutto parla, nel piacevole sogno pittorico, e tutto è un peregrinare nel mistero, un perdersi in luoghi lontani e nuovi, esaltati da spazi sapienti. Insomma, ecco una pittura di pietre e di nubi, di masse piene e di prospettive eteree e senza confine. Si direbbe, a far della filosofia: come il corpo e lo spirito, la materia e la vita.

Non si possono ignorare, nella bella mostra, i grandi carboncini di animali, alcuni di eccezionale maestria e veri pezzi di bravura. Antonio Ciccone ha molte frecce nella sua faretra, ma se fosse anche il più arido degli ingegni bislacchi che madre natura produsse, questi studi sui tori (arroganti, provocatori, potenti, minacciosi, solari, implacabili) e di altro bestiame brado e domestico delle Maremme (c'è di tutto: cavalli, mucche, vacche, pecore, capre e caproni, galli, maiali e gatti) basterebbero da soli a rendere testimonianza della sua tecnica ineguagliabile di valido interprete di un tempo dove - come sembrano dirci la sua pittura ed il suo disegno - non è assolutamente vero che tutto il buono sia andato ormai perduto. Il mondo è ancora ricco se può guardare l'affanno quotidiano con gli occhi nuovi, vivi e curiosi, di un artista quale Antonio Ciccone.




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